Dichiarazione del Báb - 23 Maggio

Ξ Maggio 21st, 2008 | → 0 Comments | ∇ Dal Mondo Bahai, Comunicati Stampa Bahai, Attività bahai |

Sono trascorsi centosessantaquattro anni da quando l’inventore e pittore statunitense Samuel Finley Breese Morse (Charleston 1791 –  Poughkeepsie 1872) lanciò dal Palazzo del Campidoglio in Washington (diretto al quartiere generale delle Ferrovie B&O di Baltimora) il primo messaggio telegrafico, in punti e linee. “Ciò che Dio ha scritto” - “What hath God written” erano le parole contenute in quel primo telegramma della storia, trasmesso il 24 maggio del 1844. Si tratta di una frase straordinaria, tratta dal libro dei Numeri della Bibbia, che aprì le comunicazioni di massa - come sostenne il sociologo americano Marshall Mc Luhan – ad una nuova epoca: ovverosia all’era elettrica, che sostituiva, di fatto, la passata età meccanica della trasmissione delle informazioni dell’individuo che era stata inaugurata, quattrocento anni prima, dal tipografo tedesco Johann Gutenberg (Magonza 1400 – ivi 1468) con la scoperta, avvenuta nel 1439, della stampa a caratteri mobili.

Con il primo messaggio cifrato, trasmesso attraverso impulsi elettrici, nacque nel mondo quello che Marshall Mc Luhan definì il “villaggio globale” perché caratterizzato da un afflusso continuo di notizie. Vero è che i primi a giovarsi della scoperta del telegrafo furono proprio i giornali, che attraverso questo sistema furono in grado di ricevere, in tempo reale, le informazioni provenienti dai loro corrispondenti residenti in città e luoghi distanti diverse centinaia di chilometri dalla sede di pubblicazione del foglio di notizie. Immediatamente dopo, a seguire, anche le comunicazioni individuali e commerciali si giovarono di questa scoperta fatta da un inventore di grande sensibilità artistica e genio creativo come Samuel Morse che solo tredici anni prima della sua invenzione risedette, per circa un anno, a Roma trovando qui spunto per i suoi dipinti e forse anche le motivazioni spirituali che lo spinsero, in seguito, a adoperare la frase “Ciò che Dio ha scritto” in quel primo messaggio del telegrafo. Egli lasciò l’Italia nel 1831 a causa dei moti rivoluzionari che si erano verificati nello Stato Pontificio. La sua figura è fissata in un affresco di un artista italiano, Costantino Brumidi, che si trova nella sala rotonda del Campidoglio di Washington.

Il 1844 fu un anno assai ricco di eventi destinati a far cambiare alla storia il suo pigro corso. È come se un nuovo spirito aveva permeato – sostiene lo scrittore Bahá’í americano, William Searsla letteratura, la musica, l’arte, l’educazione, la medicina e le invenzioni. Fu da quel momento in poi – ricorda sempre William Sears - che l’umanità iniziò a ragionare, in maniera sempre più vasta ed estesa, sui diritti delle donne, sull’istruzione universale, sull’abolizione del lavoro minorile e sull’emancipazione degli schiavi. Senza nulla togliere, inoltre, alla pittura che in quella seconda metà dell’Ottocento scoprì la lucentezza e la luminosità, attraverso l’Impressionismo francese. Quelli furono anche gli anni della scoperta della fotografia, in grado di catturare pienamente la luce e di fissare, in maniera permanente, l’immagine nella storia.

L’aspetto assai singolare che dovrebbe far riflettere - secondo i credenti della Fede universalista Bahá’í - è che nel momento in cui accadeva tutto questo e si ponevano le basi strutturali dei grandi mutamenti della società (fino ad arrivare alla molteplicità di meraviglie che caratterizzano i giorni nostri) si manifestava nel mondo un gigantesco rinnovamento spirituale: che da allora, in poi, avrebbe iniziato a produrre una progressiva trasformazione delle coscienze umane che – secondo i Bahá’í – è tuttora in atto. A far da pietra angolare di questo processo di trasmutazione della società sono state quelle che lo scrittore Augusto Robiati definiva come le forze della luce. E tra loro, la prima, fu quella del Báb, al secolo Siyyid ‘Alí-Muhammad  (Shíráz 1819 – Tabríz 1850): il quale, il 23 maggio del 1844, nella sua città natale, a Shíráz, proclamò al Suo primo discepolo, Mullá Husayn-i-Bushurù’í (appartenente al movimento Shaykhí) di essere Colui Che era ispirato da Dio per annunciare la venuta, di lì a breve, di Colui Che Dio avrebbe reso manifesto, il Sempiterno, che la storia insegna avrebbe assunto il nome di Bahá’u’lláh (Teheran 1817 – Akka 1892).

Con la proclamazione del suo mandato divino, il Báb – affermano i Bahá’í -  si fece, di fatto, foriero sia della realizzazione, nel mondo, di quell’evangelico Regno di Dio che cambierà - stando alle profezie cristiane - il volto della terra in un giardino di pace e sia della venuta di quel biblico Giorno del Giudizio o Giorno del Signore (ebraico: jom JHWH) che pone tutti gli esseri umani nella condizione di dover scegliere tra la resurrezione spirituale (e quindi tra l’accettazione del Cristo tornato nella Gloria del Padre, in una nuova Manifestazione di Dio) e la continuazione pedissequa della propria esistenza terrena. Nel discorso fatto il 23 maggio 1844 a Mullá Husayn (umile, ma assai devoto studente persiano) il Báb disse:

“In verità, in verità, è sorta l’alba di un nuovo Giorno. Il Promesso si è insediato nel cuore degli uomini”.

E quindi, a seguire, egli rimarcò non solo l’adempimento del Dì del Giudizio, ma anche l’inizio di un processo di restaurazione spirituale che, attraverso la sua rivelazione profetica, avrebbe portato alla venuta di Colui Che Dio avrebbe reso manifesto, ovverosia al ritorno di Gesù, nella Figura di Bahá’u’lláh. Tutto questo nell’osservanza – affermano ancora i Bahá’í - di quella visione che, nel Vecchio Testamento, fu di Malachia: il quale rese noto di un ritorno dello spirito che fu del profeta Elia, al momento della conclusione del ciclo adamico dell’umanità. Orbene, secondo i Bahá’í, il Báb rappresenta, appunto, questo ritorno d’Elia ed a riprova di tutto ciò pongono il fatto che i suoi resti mortali giacciono adesso sul Monte Carmelo, non distante dalle grotte dove visse Elia.

Sta di fatto, affermano i Bahá’í, che da quel 23 di maggio del 1844 (per l’esattezza storica: due ore ed undici minuti dopo il tramonto del 22 di maggio) il pianeta è assai cambiato, a rimarcare le parole del Báb che quella sera disse:

“Questa notte, questa stessa ora, nei giorni avvenire, sarà celebrata come una delle feste più grandi e più significative”.

Secondo i Bahá’í una conferma indiretta in tal senso, da non sottovalutare in maniera assoluta, è l’atto compiuto, il giorno dopo, da Samuel Finley Breese Morse: un ignaro cronista che, in linee e punti, comunicò al mondo la frase biblica: “Ciò che Dio ha scritto”

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Ridván: la più santa e la più significativa festività Bahá’í

Ξ Aprile 21st, 2008 | → 2 commenti | ∇ Comunicati Stampa Bahai, Bahá'u'lláh, Ridván, Festività bahá'í |

Giardino Ridván La più santa e la più significativa di tutte le festività Bahá’í è quella che commemora la Dichiarazione fatta da Bahá’u'lláh, ai Suoi compagni, della Sua Missione profetica. Tale atto avvenne a Baghdad, il 21 aprile del 1863, nel giardino di Najíbíyyih, situato entro una piccola isola, bagnata dalle acque del Tigri. Da quel momento in poi, quel luogo, è stato indicato dai Bahá’í come il Giardino del Ridván: posto nel quale Bahá’u'lláh si trattenne per dodici giorni, prima di lasciare per sempre quella città, tappa iniziale dell’esilio che Gli fu imposto dalle autorità dell’Impero turco-ottomano.

Da centotrentacinque anni i Bahá’í celebrano quell’evento con grande solennità religiosa. Per esplicita volontà di Bahá’u'lláh, in ogni centro dove esistono più di nove credenti vengono elette, ogni anno, durante questa festa, le Assemblee Spirituali Locali ed ogni comunità nazionale dispone, nel contempo, di un Consiglio direttivo che, su tutto il Paese, presiede agli affari amministrativi della collettività dei credenti.Garden-of-Ridvan

Anche l’Assemblea Spirituale Nazionale è eletta annualmente, durante i dodici giorni della festività di Ridván. Lo stesso accade per la Casa Universale di Giustizia che viene eletta, invece, ogni cinque anni ad Haifa e che sovrintende - a livello internazionale - alle attività delle diverse comunità nazionali.

Per capire l’importanza dell’evento celebrato dai Bahá’í con la festività di Ridván, basta rammentare il momento in cui Gesù, fu condotto davanti al sommo sacerdote, per subire un interrogatorio da parte del sinedrio ebraico - ovvero davanti agli anziani e agli scribi (i farisei) - in cui Egli stesso si equiparò al Padre celeste, affermando di essere il Figlio di Dio e dichiarando in questa maniera - in forma esplicita - di essere il tanto atteso Messia, ovvero il Verbo di Dio.

Nel Giardino del Ridván, a Baghdad, il 21 aprile del 1863, Bahá’u'lláh affermò di essere il Messaggero promesso d’ogni credo religioso: atteso per la fine del ciclo adamico dell’umanità e per l’inaugurazione del tempo dell’adempimento di tutte le profezie del passato. Affermò che la guerra santa era finita per il mondo islamico e che non prima di mille anni sarebbe apparsa di nuovo, sulla Terra, un’altra Manifestazione di Dio.

Ufficio Stampa Bahai

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54 Baha’i arrestati in Iran

Ξ Maggio 5th, 2007 | → 0 Comments | ∇ Dal Mondo Bahai, Comunicati Stampa Bahai, Intolleranza Religiosa |

Baha’i International Community ci informa che 54 Bahá’i sono stati arrestati nella città di Shiraz.

La maggior parte sono giovani tutti impegnati in servizi umanitari nel momento dell’arresto. Questo è il gruppo più numeroso di arresti avvenuto dal 1980.

L’imputazione loro ascritta non è chiara, come avvenuto le altre volte per Baha’i arrestati con false accuse.
L’arresto è avvenuto mentre i giovani volontari, insieme ad alti volontari non Baha’i, stavano tenendo classi di insegnamento in una scuola a bambini disagiati, come parte di un programma condotto da una locale organizzazione non governativa.

Al momento i giovani erano in possesso di una lettera di autorizzazione emanata dall’Islamic Council of Shiraz.

Il giorno dopo l’arresto un giudice ha informato le famiglie che presto sarebbero stati liberati, ma per ora sono stati rilasciati solo i giovani non Baha’i.

L’arresto è coinciso con un raids nelle abitazioni di sei Baha’i, durante il quale sono stati confiscati quaderni, computers, libri e altri documenti.

Bani Dugal, principale rappresentante della Baha’i International Community ha affermato:

“Anche se è difficile ottenere dettagli sulle imputazioni formulate contro i giovani Baha’i, non ci sono dubbi che per la maggior parte dei casi, la motivazione è l’intolleranza religiosa e il pregiudizio”.

Ha inoltre dichiarato che dall’inizio del 2005 i Bahá’í arrestati senza specificare la motivazione sono stati 125.

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Il relatore speciale per la libertà di religione e credo delle Nazioni Unite si preoccupa per il trattamento dei seguaci della Fede bahai in Iran

Ξ Aprile 20th, 2006 | → 1 Comments | ∇ Comunicati Stampa Bahai |

Il Relatore Speciale della Commissione per i Diritti Umani sulla libertà di religione e credo delle Nazioni Unite, Asma Jahangir, ha oggi fatto la seguente dichiarazione lo scorso 20 marzo:

“Il Relatore Speciale è molto preoccupato dalle informazioni che ha ricevuto in merito al trattamento dei membri della comunità bahá’í in Iran”

Il Relatore Speciale è venuto a conoscenza di una lettera confidenziale inviata il 29 ottobre 2005 dal Capo del Comando Generale delle Forze Armate in Iran ad una serie di agenzie governative La lettera, che è indirizzata al Ministro dell’Informazione, alla Guardia Rivoluzionaria e alle Forze di Polizia, dichiara che il Leader supremo, Ayatollah Khamenei,
ha dato ordine al Comando Generale di identificare le persone che aderiscono alla Fede Bahá’í e controllare le loro attività. La lettera prosegue con la richiesta ai destinatari di raccogliere, in maniera altamente confidenziale, qualsiasi informazione sui membri della Fede Bahá’í.

Il Relatore Speciale è preoccupato per l’iniziativa di controllare le attività degli individui semplicemente perché aderiscono ad una religione che differisce dalla religione di Stato. Considera che un tale controllo costituisca un’inaccettabile e non ammissibile interferenza con i diritti dei membri di minoranze religiose. Ha anche espresso preoccupazione al fatto che le informazioni acquisite in conseguenza a un tale controllo saranno usate come base per un incremento delle persecuzioni e
discriminazioni nei confronti degli appartenenti alla Fede Bahá’í, in violazione alle leggi internazionali.

La comunità bahá’í conta circa dai 300.000 ai 350.000 membri in tutto l’Iran. Tuttavia, i membri della comunità bahá’í non sono riconosciuti come una minoranza religiosa nel paese e non hanno il diritto di praticare la loro religione. Il Relatore Speciale sulla libertà di religione e credo ha studiato molto da vicino il trattamento delle minoranze religiose in Iran, ed è molto preoccupato per la sistematica discriminazione nei confronti dei membri della comunità bahá’í. Da quando ha assunto il suo mandato nel luglio 2004, il Relatore Speciale è intervenuto con il Governo in una serie di occasioni in merito al trattamento della comunità bahá’í.

Il Relatore Speciale è preoccupato dal fatto che questi ultimi sviluppi indichino che la situazione in merito alle minoranze religiose in Iran si stia infatti deteriorando. Coglie questa occasione per sottolineare che il fatto che una religione sia riconosciuta come religione di Stato non debba determinare qualsiasi tipo di discriminazione nei confronti degli aderenti
ad altre religioni. Fa appello al Governo dell’Iran affinché si astenga dal classificare le persone in base alla loro religione e assicuri che i membri di tutte le minoranze religiose siano liberi di mantenere e praticare il loro credo religioso, senza discriminazioni o paura”.

I Bahà’ì italiani condividono la preoccupazione della signora Jahangir soprattutto perché tali azioni cadono nel mezzo di un’onda di attacchi sempre maggiori verso i Bahá’í nei media, la natura dei quali nel passato ha dato il via ad assalti pilotati dal Governo nei confronti dei Bahá’í.

Nelle scorse settimane il quotidiano ufficiale di Teheran, Kayhan, ha riportato più di 30 articoli sui Bahá’í e sulla loro religione dai toni diffamatori con lo scopo di creare delle provocazioni. Si sono poi unite la radio e la televisione con trasmissioni che condannano i Bahá’í e il loro credo. L’aumento dell’influenza nei circoli governativi iraniani della Società Anti-Bahá’í denominata Hojjatieh, un’organizzazione che si è prefissa lo scopo di distruggere la Fede Bahá’í, inoltre può solo accrescere i timori per quella comunità perseguitata.

Sappiamo bene a cosa può condurre una propaganda odiosa; la storia recente offre fin troppo esempi delle sue orripilanti conseguenze. Innalziamo un urgente appello al Governo italiano, al suo Parlamento e ai media per conto dei nostri correligionari in Iran affinché non permettano che gente pacifica e rispettosa delle leggi debba affrontare gli estremi
ai quali si può arrivare solo per odio cieco. Le azioni obbrobriose scaturite nel passato da circostanze simili non devono più essere ripetute. Non di nuovo.

Per maggiori informazioni:

Ufficio Relazioni Esterne
Assemblea Spirituale Nazionale dei Bahà’ì d’Italia
Via Stoppani n.10
00197 Roma
Tel. 068079647; 3355265479
Fax 068070184

 

Comunicato Stampa “persecuzione della comunità religiosa bahai”

Ξ Dicembre 22nd, 2005 | → 1 Comments | ∇ Comunicati Stampa Bahai |

Ufficio Stampa Gruppo Misto-Presidenza

Interrogazione dell’on. Michele Cossa sulla morte di un Baha’i imprigionato nelle carceri iraniane.

Roma, 21 dic.

“Fare piena luce sulla morte di Dhabibu’llah Mahrami, 59 anni, avvenuta nel carcere di Yazd, di fede Baha’I, imprigionato ingiustamente in Iran per 10 anni, morto in cella per motivi sconosciuti giovedì 15 dicembre 2005″. Lo chiede con una interrogazione al ministro degli Esteri l’onorevole Michele Cossa secondo il quale “la morte di questa persona avviene in un momento in cui si hanno chiari segnali di inizio di una nuova ondata di persecuzioni dei Bahá’í, 59 dei quali quest’anno sono stati arrestati, detenuti o imprigionati.

Il sig. Mahrami non avena nessun problema di salute conosciuto, mentre la causa della sua morte è sconosciuta; vi è il forte sospetto che le autorità iraniane abbiano una diretta responsabilità per la morte di un innocente, giudicato e condannato solo per l’accusa di apostasia, un crimine punito con la morte secondo la legge islamica tradizionale.

Lo scorso 2 gennaio 1996 - ricoda Cossa - Mahrami era stato condannato a morte dal Tribunale Rivoluzionario: la sentenza sollevò la protesta internazionale, con l’approvazione anche da parte del Parlamento europeo di una risoluzione sugli abusi contro i diritti umani in Iran, con esplicito riferimento al caso del sig. Mahrami, tanto che le autorità nel dicembre 1999, in occasione dell’anniversario del profeta Muhammad, dichiararono un’amnistia e commutarono la sentenza all’ergastolo.

Dal 1978, più di 200 iraniani bahá’í sono stati uccisi, centinaia sono stati imprigionati e migliaia hanno perduto il lavoro, la pensione e l’accesso all’educazione come parte di una vasta e sistematica persecuzione religiosa del governo della Repubblica Islamica dell’Iran. I funerali di Mahrami si sono svolti il 16 dicembre 2005, lo stesso giorno in cui l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione che esprime “seria preoccupazione” per la situazione dei di ritti umani in Iran: credo che sia doveroso da parte dell’Italia - conclude - esprimere una ferma prese di posizione contro la persecuzione della comunità bahá’í”.

 



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